Storia

Il lavoro in Italia all’inizio del novecento

Agli inizi del 1900 in Italia il clima politico si distese e lo Stato mosse i primi passi per risolvere il problema economico.

Il Risorgimento aveva lasciato il posto al progresso e tra la popolazione circolava un cauto ottimismo per il mondo del lavoro e in generale per il futuro.

Il Risorgimento e il sogno (mai avverato) del lavoro, prosperità e benessere per tutti

Nel paese era ancora viva la delusione di contadini e operai per le promesse mai rispettate dai protagonisti, politici e idealisti del secolo appena concluso.

Non c’erano state le migliori condizioni di lavoro tanto decantate e nessun miglioramento economico.

L’Italia brinda al nuovo anno: il 1901

Re Vittorio Emanuele III e Giovanni Giolitti
Due differenti personalità alla guida della rinascita economica dell’Italia

L’Italia si apprestava a iniziare il nuovo secolo fiduciosa e più unita, lasciandosi alle spalle le fallimentari campagne militari in Africa e le violente lotte nelle piazze, per i diritti civili e il lavoro.

Gli italiani guardavano con speranza e ammirazione il nuovo re, Vittorio Emanuele III, che con grande personalità, era riuscito a far accettare la monarchia. Il re era coadiuvato da un abile ministro: Giovanni Giolitti.

In pochi anni lo Stato riuscì a ripagare la fiducia del popolo, proiettando l’Italia verso anni di progresso e di pace; conosciuti come “età giolittiana”.

Lavoro e non mi lamento

Ma erano davvero solo pace e miglioramenti l’età giolittiana? In realtà molto di quello che è stato tramandato della storia dei primi anni del novecento è anche il frutto delle manipolazioni dello Stato di allora.

Perché? Il perché è semplice: l’Italia di Giolitti era incentrata sulla ripresa economica, ma nonostante i buoni propositi del governo, esistevano ancora troppe realtà di miseria e arretratezza.

L’Italia del benessere e delle migliori condizioni di lavoro per tutti, era ancora lontana.

Lo Stato cercava di sminuire e nascondere all’opinione pubblica la situazione drammatica in cui versava parte della popolazione, prevalentemente nel sud Italia.

I partiti al governo temevano che i tanti problemi, una volta emersi, avrebbero causato il malcontento generale, avrebbero fatto perdere loro l’appoggio dei sostenitori e dato vita a polemiche e agitazioni che avrebbero reso vani gli sforzi compiuti.

Lavoro ed emigrazione

Lavoro ed emigrazione
Molti italiani cercarono fortuna all’estero.

L’inizio del ventesimo secolo è caratterizzato dalla miseria di molte famiglie, dal banditismo e dall’emigrazione di migliaia di contadini, soprattutto del sud Italia, verso l’America, in cerca di lavoro e di una vita più fortunata.

Lo Stato non rimase comunque fermo a guardare. Il dialogo con i lavoratori si sostituì alla dura repressione della polizia del diciannovesimo secolo.

L’Italia era ora un paese meno ostile, più costruttivo e attento alla società.

Aumentarono i salari e vennero fatte delle riforme del lavoro mirate a salvaguardare operai e contadini.

Sbagliando s’impara

Il re Vittorio Emanuele III e Giolitti, memori degli sbagli del re Umberto I e di Crispi, lasciarono più libertà ai movimenti dei lavoratori e ai sindacati.

Il governo rinunciò a prese di posizione per evitare proteste e manifestazioni della sinistra, con il rischio di perdere il consenso della popolazione e si propose come mediatore tra le classi di lavoratori, i sindacati, gli industriali e i grandi proprietari terrieri.

Nel 1904 le Camere del Lavoro in Italia erano 90 e contavano 340.000 iscritti, avevano la funzione di difendere gli interessi e i diritti dei lavoratori, oltre a quella di luoghi per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Operaio al lavoro in una fabbrica dei primi del 900
La tecnologia migliorò sensibilmente le condizioni di lavoro.

Nel primo decennio del secolo gli scioperi si moltiplicarono, così come i loro partecipanti.

La manifestazione più importante fu quella di Milano del 1904, che si protrasse per tre giorni, paralizzando la città. Ne parlarono i giornali locali, ma lo sciopero ebbe eco in tutta Italia.

Nel 1901 vi furono 1671 scioperi con la partecipazione di 420.000 lavoratori, nel 1907 manifestarono in 576.630 durante 2258 scioperi.

Il governo, con lungimiranza, decise sempre di astenersi dall’intervenire e nel limite del possibile assecondò il popolo che vide gradualmente migliorare le proprie condizioni economiche.

La linea del governo ebbe successo, tanto che dal 1910 la tendenza a scioperare si invertì, in quell’anno incrociarono le braccia meno di 200.000 lavoratori.

I miglioramenti delle riforme della politica di Giolitti

Alcuni esponenti della borghesia italiana in vacanza
Viaggiare e passare le vacanze in hotel divenne un’abitudine anche per gli italiani benestanti.

Nel 1901 la paga media giornaliera di un bracciante agricolo era di lire 2,48 e nel 1913 raggiunse le 3,54 lire.

L’incremento delle paghe riguardò tutte le categorie di lavoratori. Il reddito medio annuo pro capite in Italia tra il 1911 e il 1915 era di 2.500 lire.

Anche osservando le abitudini alimentari dell’epoca si nota un sensibile miglioramento del tenore di vita degli italiani, ad esempio nel 1861 il consumo medio di carne per abitante era di 6 chili e quello di pesce 2,6 chili, nel 1911 il consumo di carne era aumentato a 7,2 chili e quello di pesce a 5,2 chili.

Le scelte politiche di Giolitti non avevano deluso le aspettative degli italiani, infatti il livello di benessere del paese era in lenta, ma costante crescita.

Un’Italia più moderna ma ancora lontana dall’Europa

Seppure in evidente ritardo sul resto dell’Europa, i progressi erano tangibili e c’era stato un miglioramento in diversi ambiti della vita per la maggior parte della popolazione. (Letteratura d’inizio secolo)

A livello sociale e per il lavoro c’erano maggiori tutele, seppure ancora inadeguate, i guadagni della borghesia non derivavano dal solo sfruttamento della manodopera ma anche dalla tecnologia, dall’industria e dal libero commercio.

Nel 1911 in Italia c’erano 1.500 milionari (450 nella sola Lombardia), pochi in confronto ai milionari delle altre nazioni europee, vedi gli 11.000 della Germania, i 15.000 della Francia e i 30.000 dell’Inghilterra.

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